Creste solitarie, zaini da riempire. Il racconto di Federico sulla stagione di salite del terzo volume.

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Lo zaino. La preparazione è un rito, un misto di attesa, dubbi e qualche volta un po’ di sana preoccupazione. Il minimo indispensabile o qualche materiale in più. Servirà qualche chiodo? Un cordino da abbandono? Uno spezzone? O forse qualche metro di corda in più? – non si sa mai -.  

Lo zaino. Da giugno a ottobre lo zaino è sempre lì, sempre pieno, sempre pronto per la prossima salita, ma ogni volta è carico delle solite domande… cosa ci metto? Forse, magari, questa volta potrebbe davvero servire. 

Fa freddo, non ho molta voglia di salire. È tutto brinato, e continuo a scivolare facendomi strada tra la fitta vegetazione. La cima di oggi, di cui ad essere sincero fino a qualche mese fa ignoravo anche l’esistenza, è una delle tante, tanto anonime su una cartina quanto belle, una volta raggiunte. 

Finalmente sono in cresta, mi fermo. Il bello del girovagare per vie normali da solo è non avere altri pensieri. Ogni tanto mi fermo a scrivere, qualche volta torno indietro per riscattare una fotografia, più spesso procedo spedito per raggiungere la cima. Oggi è uno di quei giorni, dove la voglia di andare in cima e lasciarsi alle spalle anche questa vetta supera ogni altro bisogno. Eppure mi fermo, un minuto, due, tre, senza una logica, con gli occhi mezzi chiusi, solo per godere del piacere del sole.  

La ragione mi riporta alla realtà. Mi infilo il casco e parto. La cresta è divertente, il solito terreno d’avventura, le solite difficoltà contenute. Salgo con attenzione, spesso cerco le tracce degli animali per evitare un’inutile difficoltà, altre volte arrampico solo per il piacere di farlo.  

La parte finale è più arcigna, mi ci avvicino piano cercando un’alternativa, una via di fuga, un’altra possibilità. La cima però è lì, individuo già anche il grosso ometto di vetta. Tiro fuori la corda. Parto. Nell’arrampicata solitaria i camini mi piacciono, sono meno esposti di un’arrampicata esterna ed aerea. Raggiungo una nicchia. Il camino si fa severo, un po’ strapiombante. Non ci sono tante alternative. La roccia è buona. Mi sposto sulla parete a sinistra, ed eccolo lì, nascosto tra il grigio delle fessure, un chiodo. La strada è giusta e la sicurezza del chiodino non guasta. Qualche passaggio divertente, poi, un tratto più esposto da affrontare con decisione. La corda scorre, poi si incastra. Qualche imprecazione, qualche sbuffo per riprendere la concentrazione. Mi calo, risalgo e poi rapido in vetta. Mi guardo intorno, sorrido e già penso alla prossima.  

Federico

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